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lunedì 28 giugno 2010

VMware rilascia nuove tracce di corsi ufficiali su vSphere

VMware ha annunciato la disponibilità di due nuovi corsi disponibili attraverso i propri VATC:
"VMware vSphere: Manage and Design for Security" è un corso di 3 giorni destinato a system administrator, system engineer e ai consulenti che hanno il compito di mettere in sicurezza ambienti basati su VMware vSphere. Il corso illustra come seguire le best practice in materia di sicurezza per la progettazione ed il deployment di vSphere 4, ed in particolare:
  • come identificare le vulnerabilità in un ambiente vSphere già in essere e quali sono le manovre correttive raccomandate;
  • mettere in sicurezza tutte le componenti di vSphere come descritto nella “vSphere Hardening Guide”;
  • quali sono le configurazioni raccomandate e quali sono le policy, i processi ed i sistemi per il change management;
Il corso “VMware vSphere: Transition to ESXi”, della durata di due giorni, si concentra sui requisiti e sugli effetti della transizione di ambienti vSphere basati su ESX verso ambienti con ESXi; fornisce inoltre le conoscenze fondamentali per progettare ambienti basati su ESXi, in particolare:
  • analizzare ESXi e i relativi benefici per l’ambiente vSphere;
  • analizzare le procedure d’installazione di ESXi;
  • utilizzare l’installazione scriptata per il deployment di ESX su larga scala;
  • utilizzare script per gestire ed automatizzare ESXi;
  • identificare i rischi della migrazione verso ESXi
Il corso è pensato per system administrator, system engineer e ai consulenti responsabili dell’installazione di ambienti vSphere.

giovedì 24 giugno 2010

Supporto di dispositivi seriali con ESX

I dispositivi seriali si avvalgono di porte specifiche per la comunicazione. I prodotti VMware mettono a disposizione delle VM il virtual HW necessario per permettere la trasmissione dei comandi tra Guest OS e il device. La configurazione della porta seriale è fattibile editando i parametri della VM.

Aggiunta di una porta seriala ad una VM

Aggiunta di una porta seriala ad una VM

Il supporto completo sulle funzionalità del dispositivo è a carico al produttore del device stesso. VMware assume che il vendor abbia fatto tutte le validazioni necessarie per supportare la periferica in ambienti di produzione. VMware, inoltre, collabora con molti partner attraverso gli accordi “Technical Support Alliance Network (TSANet)” e “Cooperative Support Agreement (CSA)”, e in caso di problemi è raccomandabile di aprire un richiesta di supporto al produttore.

Per maggiori informazioni consultare la KB 1023115

martedì 22 giugno 2010

VMware Data Recovery 1.2

In concomitanza con il rilascio di vSphere 4 update 2, VMware ha rilasciato un minor update a proprio software di backup, VMware Data Recovery, arrivando alla versione 1.2, la precedente versione 1.1 risale al 4 novembre 2009.

VMware Data Recovery 1.2 può essere utilizzato con VMware vSphere 4.0 Update 2, quindi prima di procedere con l’aggiornamento del virtual appliance sarà necessario aggiornare i prodotti della suite vSphere.

L’attuale versione del prodotto mira a risolvere alcuni dei problemi noti e al tempo stesso introdurre nuove feature come:
  • supporto del file level restore (FLR) per VM Linux (non per SUSE Linux);
  • supporto fino a 10 VMware Data Recovery per ogni istanza vCenter Server;
  • supporto per lo switch tra i diversi appliance attraverso il plug-in del client di vSphere;
  • miglioramenti nell’interfaccia grafica ed all’usabilità del plug-in del vSphere client.
L’aggiornamento del prodotto richiede una discreta attenzione poiché, probabilmente, si desidera utilizzare i set di backup generati con l’appliance precedente. Per assicurare che i punti di restore siano mantenuti dopo la sostituzione del software è necessario:
  • installare l’ultima versione del plug-in di VMware Date Recovery;
  • eseguire il deploy del nuovo virtual appliance;
  • spegnere l’appliance precedente accertandosi che non vi siano job in corso. Dopo lo spegnimento è importante non cancellare l’appliance per non perdere i retore point, la cui posizione è legata alla tipologia di storage utilizzato come target per i propri backup (VMDK, RDM o share di rete);
  • spostare i dischi target del precedente appliance e ricollegarli a quello nuovo attraverso editando i parametri della VM ed aggiungendo virtual disk già esistenti;
  • avviare il nuovo VMware Data Recovery;
  • configurare l’identità dell’Appliance;
  • collegarsi al prodotto attraverso il plug-in del vSphere e completare il wizard iniziale, montando i dischi appena aggiunti SENZA formattarli. A questo punto viene chiesto se si desidera ripristinare la configurazione dallo storage comprendente i job gli eventi e la storia dei backup;
  • il client si sconnette e a operazione ultimata la connessione verrà ristabilita. A collegamento avvenuto fermare qualsiasi operazione, premere “Configure > Destinations” ed eseguire il controllo di integrità su tutti i volume montati.
Per maggiori dettagli è possibile consultare la pagina relativa alle Release Notes “VMware Data Recovery 1.2”

lunedì 21 giugno 2010

VMware vSphere 4.0 update 2

Il 10 giugno VMware ha rilasciato l’update 2 di VMware vSphere 4.0. Il precedente aggiornamento, escludendo le patch disponibili attraverso VMware Update Manager, risale al 19 novembre 2009. L’update investe diverse componenti della suite vSphere e più precisamente:
  • vCenter Server 4.0 Update 2 (Build 258672)
  • vSphere Client 4.0 Update 2 (Build 258672)
  • ESX 4.0 Update 2 (Build 261974)
  • VMware Tools (Build 261974)
Questa release è destinata a risolvere diversi bug presenti nella soluzione VMware, oltre ad introdurre alcune novità. Sul versante vCenter le novità riguardano il supporto di nuovi Guest Operating System; lato hypervisor, invece, si notano:
  • l’estensione del supporto di VMware Fault Tollerance per le serie di processori Intel Xeon 56xx, Intel i3/i5 Clarkdale e Intel Xeon 34xx Clarkdale;
  • il supporto per le funzionalità IOMMU su processori AMD Opteron della seria 61xx e 41xx;
  • miglioramento di esxtop e resxtop, strumenti per il monitoraggio delle perfomances
Per maggiori dettagli è possibile consultare le pagine relative alle “Release Notes” dei relativi prodotti:

mercoledì 16 giugno 2010

VMware e Novell siglano una partnership strategica per il supporto di SUSE Linux

Il 9 giugno 2010 VMware e Novell hanno deciso di espandere la propria partnership attraverso un accordo OEM per la distribuzione di SUSE Linux Enterprise Server, con l’intenzione da parte di VMware di standardizzare i propri Virtual Appliance con la distribuzione Linux di Novell.

In dettaglio i clienti che acquisteranno VMware vSphere, avranno la possibilità di installare, nelle VM, il sistema operativo SUSE Linux Enterprise Server senza alcun costo aggiuntivo, la licenza inoltre comprende la manutenzione (aggiornamenti e patch). Per aver diritto alla licenza del sistema operativo il cliente dovrà acquistare uno dei prodotti vSphere autorizzati da VMware, la lista completa è disponibile a questo indirizzo: “Eligible Products for SUSE Linux Enterprise Server for VMware

L’offerta è subordinata a termini e condizioni:

  • i clienti riceveranno una licenza SLES, comprendente patch e aggiornamenti, per ogni licenza VMware vSphere qualificata. Acquistando quindi 100 licenze di VMware vSphere 4 Enterprise plus il cliente potrà installare 100 SLES
  • l’offerta è disponibile solo per gli acquisti fatti attraverso i rivenditori autorizzati VMware o direttamente sul sito VMware, escludendo quindi gli acquisti presso i partner OEM
  • SLES potrà essere installato solo su VM ospitate su VMware vSphere 4.0 and 4.1 con manutenzione attiva
  • VMware vSphere 4.1 sarà disponibile nel Q3 del 2010, mettendo a disposizione nuove features, disponibili gratuitamente per i clienti coperti da manutenzione.
  • la licenza SLES non potrà essere installata su server fisici o in VM ospitate su Hypervisor non VMware
  • il supporto tecnico su SLES non è incluso, sarà acquistabile separatamente attraverso VMware.
  • VMware si riserva il diritto modificare i termini, le condizioni ed i requisiti abbinati a questa offerta.
Per i clienti di VMware che già dispongono di vSphere 4 e fossero interessati a SLES, è possibile mettersi in contatto con VMware attraverso la pagina del sito “SLES for VMware – Comments/Questions

Per maggiori dettagli visitare:

giovedì 10 giugno 2010

Soluzioni per la business continuity: questione di terminologia

Nella creazione di un piano per la business continuity è necessario distinguere 3 elementi:
  • l’alta affidabilità e fault tollerance;
  • il disaster recovery;
  • la protezione dei dati.
Le soluzioni di high availabilty e fault tollerance sono concepite per ridurre il fermi macchina (downtime) pianificati e non pianificati.

Per downtime pianificati si intendono i fermi causati per la manutenzione dei server come l’applicazione di patch o l’aggiornamento di firmware che potrebbero richiedere il riavvio di server ESX con conseguente impatto sulle macchine virtuali. In questo scenario VMware VMotion è in grado di spostare a caldo le VM tra gli host nel datacenter eliminando la necessità di spegnere le VM a causa di un’attività sui server fisici.

I downtime non pianificati rappresentano gli imprevisti durante l’ordinaria attività. Questi incidenti possono compromettere in modo più o meno ampio l’attività dell’azienda, che deve essere comunque pronta a far fronte a tutti gli scenari.

Il crash di un server, di una sua componente o di un servizio può essere gestito localmente e automaticamente. In questi scenari il VMkernel, VMware High Availability e VMware Fault Tollerance sono in grado di intervenire proattivamente. La differenza più evidente tra VMware High Availability e VMware Fault Tollerance è il tempo di disservizio che interviene tra il riconoscimento del guasto e il ritorno alla normalità. VMware High Availability agisce riavviando la VM quindi il servizio sarà di nuovo fruibile dopo la fase di start-up; VMware Fault Tollerance invece offre zero fermo macchina.

Un incendio, un allagamento o qualsiasi evento che rende inagibile un sito rientra in una casistica che deve essere affrontata con altri strumenti. Il Piano di Disater Recovery (DR), e le manovre ad esso associato, serve per rimettere in piedi l’infrastruttura di una azienda in modo strutturato e coordinato. In ambito virtuale, facendo leva sul concetto di indipendenza delle VM dall’hardware fisico è più semplice implementare soluzioni di DR. VMware Site Recovery Manager è il prodotto che serve ad eliminare la complessità nella creazione e manutenzione del piano di DR, proteggendo VM, applicazioni e dati in caso di disastro.

Un ulteriore scenario di pericolo è quello della perdita dei dati. Questi casi possono dipendere dal crash del proprio storage, da errore umano oppure da infezione da virus. Il rimedio alla perdita del dato è il suo recupero dall’ultimo set di backup disponibile. Una soluzione di business continuity non può prescindere da una corretta pianificazione dei backup studiando il giusto compromesso tra rotazione, periodo di retention e capacità di storage necessaria. Per la gestione dei backup VMware mette a disposizione dei propri partner le vStorage API e propone il suo software VMware Data Recovery.

Per maggiori informazioni sulle soluzioni di business continuity è possibile visitare l’apposita pagina del sito VMware.

mercoledì 9 giugno 2010

VMware View 4 e PCoIP

La via per la virtualizzazione dei desktop (VDI) passa necessariamente per il feeling e l’esperienza che il “consumatore” del desktop e della tecnologia ha durante una sessione di lavoro. Buona parte di questa esperienza è costituta dal protocollo utilizzato per la visualizzazione del desktop remoto, ovvero della macchina virtuale.

Una delle caratteristiche più importanti introdotte da VMware View 4 è il protocollo PcoIP, sviluppato in collaborazione con Teradici. Scopo del protocollo, che in VMware View rappresenta una alternativa al Remote Desktop Protocol (RDP), è quello di fornire una esperienza di lavoro ricca anche in presenza di connessioni di rete con banda limitata, pensando agli utenti WAN.

PcoIP è stato progettato per riconoscere i diversi contenuti degli elementi che popolano lo “schermo remoto” ed utilizzare diversi algoritmi di compressione per poter consegnare in modo più efficiente l’immagine sul dispositivo dell’utente chiamante. PcoIP è unico in quanto è in grado di di utilizzare il CODEC migliore in base alla tipologia di "contenuto" che si intende gestire come: testo, icone, foto oppure video utilizzando un processo di “costruzione progressiva”.

Con la costruzione progressiva l’utente riceve immediatamente un’immagine fortemente compressa (di bassa qualità) che progressivamente viene ricostruita fino a raggiungere lo stato ottimale. In uno scenario di lettura di pagine WEB, per fare un esempio, il testo arriverà immediatamente con le immagini compresse che nella lettura di poche righe diventano nitide. Il protocollo è inoltre adattivo ovvero la qualità dell’immagine è in funzione dello stato della rete, per offrire la migliore visualizzazione anche su reti congestionate.

Per quanto riguarda i protocolli, PcoIP, utilizza TCP per stabilire e controllare la sessione mentre si fa leva su UDP per la gestione dei contenuti multimediali. Tutto il flusso dei dati viene inoltre criptato AES a 128 bit ed in caso di utilizzo di dispositivi hardware ad hoc è possibile utilizzare AES o Salsa20.

Sempre nell’ambito della user experience, PcoIP, rende possibile l’utilizzo di soluzioni multi-monitor fino a 4 monitor con risoluzione 1920 x 1200 con ridimensionamento automatico per adattarsi ai diversi dispositivi utilizzati dall’utente. Oltre a questo il protocollo supporta:
  • multimedia redirection per formati WMV, WMA, AC3, MP3, MPG-1, MPG-2 e MPG-4 part2;
  • periferiche USB come dispositivi di massa, scanner, stampanti ecc;
  • rendering host based di contenuti Flash;
  • audio bidirezionale.
Per maggiori informazioni consultare: