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mercoledì 29 settembre 2010

Viaggio verso il cloud computing

Il cloud computing fonda le sue radici nel passato, in altre parole la tecnologia del passato funge da piedistallo per quella nuova. Così come i server fisici rappresentano un blocco essenziale per la virtualizzazione, non ci può essere cloud computing senza virtualizzazione.

Il passato insegna che troppo spesso l’evoluzione delle tecnologie corrisponde ad una adozione di tipo “reattivo” da parte delle aziende, spesso senza la possibilità di pensare al lungo termine così da dover essere costretti ad allocare fino al 70% delle proprie risorse per le manutenzione dell’ambiente piuttosto che per l’innovazione. La migrazione verso il cloud è un’attività complessa, non si tratta di adeguarsi ad una tecnologia ma di attivare dei nuovi processi aziendali che dovranno prevedere il riadattamento di procedure, assetti ed applicazioni.

Per definire cosa è il cloud computing è necessario identificare quali sono le specifiche e i “must” di questa tecnologia:
  • rete estesa, per rendere sempre disponibili i servizi; in questa area ci si riferisce alla connettività ed a Internet;
  • automazione, che permette di creare e consumare servizi in “modalità self service”;
  • scalabilità, ovvero l’ottimizzazione del consumo delle risorse capaci di crescere dinamicamente in base alle esigenze;
  • condivisione, in relazione alle risorse rese disponibili dall’ambiente in grado di privilegiare specifiche “celle” in funzione degli accordi;
  • misurabilità, quale elemento fondamentale non solo a fini “contabili” o di fatturazione ma come strumento di verifica e di analisi delle risorse consumate.

Un’ulteriore classificazione del cloud computing è data in funzione della residenza del dato, fuori oppure dentro il perimetro dell’azienda, indipendentemente dall’estensione geografica. In questo ambito è possibile definire:
  • cloud privato: nel quale i dati rimangono interni all’azienda;
  • cloud community: declinazione del cloud privato ma costituito da una molteplicità di cloud privati, ad esempio associazione di imprese che condividono le stesse necessità;
  • cloud pubblico: nel quale la globalità dei dati è fuori dall’azienda;
  • cloud ibrido: inteso come fusione tra privato e pubblico, in questo caso il servizio è pubblico ma al tempo dedicato al cliente privato.

Date queste definizioni è possibile parlare di Software As A Service (SAAS), Platform As A Service (PAAS) o Infrastructure As A Service (IAAS) pur rimanendo nell’ambito del cloud computing, in funzione di quanto estesa è l’adozione di questo nuovo modo di interpretare l’IT da parte delle aziende.

Come anticipato la virtualizzazione è uno degli elementi abilitanti del cloud computing, tuttavia il concetto di virtualizzazione di CPU e RAM, al quale corrisponde il concetto di VM quale unità atomica, deve essere affiancato a quello della virtualizzazione del network e dello storage.

Rete e storage devono far leva “sull’unificazione” per cercare di raggiungere il “single point of management” evitando i “single point of failure”. La virtualizzazione della rete va oltre alla presentazione di interfacce virtuali ma deve permettere di agire su elementi fisici quali cablaggio e la trasparenze nelle configurazioni degli apparati. In merito al cablaggio, il “consolidamento” degli apparati storage e rete permettono di semplificare la gestione dell’infrastruttura favorendo la rapidità nello scalare l’ambiente con un forte contenimento dei costi.

Per quanto riguarda lo storage è possibile lavorare su queste aree:
  • unificazione: possibilità di poter utilizzare tutti i protocolli di accesso allo storage;
  • efficienza: nell’uso dello spazio che non deve crescere necessariamente in modo lineare;
  • sicurezza: possibilità di avere partizioni logiche sicure;
  • automazione: con la possibilità di mantenere un framework di lavoro comune anche in presenza di storage diversi
  • protezione: infrastruttura “always on” quindi in alta affidabilità, DR e backup

In merito allo storage la virtualizzazione non si deve limitare ad abbassare il costo per MB, obiettivo di fatto già raggiunto vista la crescita costante della capacità dei dischi, o di pensare allo storage solo come spazio; il principio è di consumare lo spazio attraverso delle applicazioni che diligentemente decidono se è necessario allocare blocchi fisici o meno, partendo dal RAID per passare alle snapshot, al thin provisioning, zero cost cloning e deduplica.

Un’ulteriore importante analisi è determinare quali criteri prendere in considerazione per la scelta del proprio cloud: criteri di tipo economico, di dimensionamento della propria azienda o del mercato che si desidera affrontare, della customer experience, dell’infrastruttura dalla quale si parte e della sicurezza.































Cloud privatoCloud ibridoCloud pubblico
Considerazioni economiche ed infrastruttura di partenza
Uso dell’infrastruttura esistente;

incremento dell’efficienza grazie alle automazioni.

Riduzione del TCO.

Implementazione di applicazioni specifiche più veloce e quindi reattiva alle esigenze aziendali.

Miglioramento nell’efficienza energetica.

Agilità nel deployment dei propri software.
Aggiunge ai vantaggi del clou privato la riduzione dei costi capitali (CAPEX).

Migliore scalabilità, soprattutto per la gestione dei picchi di lavoro, evitando acquisti per esigenze solo temporanee.

Standardizzazione quindi snellimento del proprio ambiente.
Approccio completamente OPEX, il datacenter interno all’azienda non è più necessario.

Il dipartimento IT prende decisioni allineate con le esigenze del business e non si occupa più delle componenti operative.

Ambiente completamente scalabile.

Implementazione solo delle applicazioni standard e maggiore lentezza nella reazione su specifiche esigenze.

Nessuna esigenza di capacity planning.

Nessun costo di manutenzione HW e SW, in quanto a carico del gestore.

Le SLA diventano negoziabili.
Mercato e customer experience
Soluzione adatta alle aziende di grandi dimensioni.

Utilizzo massivo dell’infrastruttura con il rilascio di molte applicazioni proprietarie e critiche per il proprio business.

Rapidità nell’erogare nuove applicazioni adattandosi dinamicamente alle esigenze emergenti per la ricerca della miglior esperienza per i propri clienti, vero punto chiave per il successo della migrazione.
Soluzione per le medie aziende che intendono portare nel cloud pubblico le applicazioni standard ma non quelle critiche.

Esigenze legate alla necessità di far fronte a picchi di lavoro senza appesantire la propria infrastruttura interna.

Introduzione del concetto di applicazione portabile dentro e fuori dall’azienda.
Soluzioni per le piccole aziende che necessitano di poche applicazioni la maggior parte delle quali standard.

Introduzione del concetto di applicazione portabile tra cloud pubblici diverse.

Le performance e la reattività rimangono importanti ma non rappresentano il punto chiave del progetto.
Sicurezza
Standard elevati e comunque si fa leva su quanto si ha già.

Il controllo completo di questo assetto è nelle mani dell’IT

Maggiore semplicità nella gestione normativa legata alla privacy.
Sicurezza media, il controllo che l’azienda ha è parziale in quanto parte del proprio ambiente vive in un contesto extra aziendale gestito a livello contrattuale.

Necessità di soluzioni di controllo e monitoraggio.
Sicurezza standard, nella quale è il provider che protegge il proprio ambiente e l’azienda “subisce” le scelte dell’operatore.

Ambiente non configurabile dinamicamente in base alle proprie esigenze

Necessità di controllo e monitoraggio costante.

La sicurezza è un aspetto estremamente vasto che deve essere analizzato con scrupolo, sorvolando il puro aspetto informatico. In merito al dato, quale valore aziendale, è’ possibile affrontare il discorso partendo da barriere/timori psicologici, risolvibili attraverso un’adeguata formazione, fino ad arrivare a situazioni di natura legale sulla privacy, che devono mettere in relazione la dottrina della nazione nella quale l’azienda opera con quella della nazione dove il dato risiede. Non per ultimo, nel caso di public cloud, la verifica dello stato di salute (health check) dell’operatore sia dal punto di vista delle competenze sia dal punto di vista finanziario diventa un fattore critico per evitare che un suo default provochi effetti a cascata.

venerdì 24 settembre 2010

Clonare e convertire i dischi delle VM con il commando vmkfstools

Il comando vmkfstools è presente fin dalle prime edizioni di ESX, con scopo di fornire uno strumento pratico da riga di comando per le operazioni sul file system, dalla creazione della VMFS alla manipolazione dei dischi virtuali (VMDK).

In questo articolo il comando viene utilizzato per la conversione di un disco virtuale dal una tipologia sorgente verso una destinazione che può avere caratteristiche diverse. Le motivazioni per la conversione del disco virtuale sono da ricercare nella possibilità di poter utilizzare VM nate in ESX su altre piattaforme VMware. Si assume che il comando sia lanciato dalla service console di ESX oppure dalla VMA dopo aver stabilito la connessione verso l’host.

Per poter procedere con il comando è necessario accertarsi che:
  • la VM sia spenta, per eliminare il lock imposto sui VMDK;
  • l’host dal quale si lancia il commando sia in grado di raggiungere I dischi virtuali
La sintassi del comando è:

vmkfstools -i <disco sorgente> <disco destinazione> -d <formato disco destinazione>

I parametri <disco sorgente>e <disco destinazione dovranno essere nel formato “[nome datastore] carellaVM/nomedisco.vmdk”

E' possibile utilizzare anche la sintassi:

vmkfstools -i "/vmfs/volumes/<nome datastore sorgente>/<cartella VM>/<nomedisco.vmdk> "/vmfs/volumes/<nome datastore destinazione>/<cartella nuova VM>/<nomedisco.vmdk> -d <formato>

Il formato di destinazione può essere:
  • zeroedthick: disco preallocato, formato di default usato per la creazione di dischi su VMFS;
  • thin: disco non preallocato formato che alloca lo spazio sullo storage fisico “on-demand” a fronte di attività di scrittura. Questo formato rappresenta il default per la scrittura su datastore NFS;
  • eagerzeroedthick: disco preallocato ed azzerato, formato che oltre ad allocare lo spazio del disco azzera tutti i blocchi vuoti. Questo formato è richiesto per le VM in cluster tra host ESX e con le VM protette da VMware Fault Tolerance (FT);
  • rdmp: formato RAW (RDM) nella modalità fisica (Physical compatibility mode). La maggior parte dei comandi SCSI viene passata direttamente dal guest OS allo storage. Questo formato oltre a non supportare snapshot è la forma necessaria per il cluster tra VM su host differenti che condividono lo stesso disco;
  • rdm: ulteriore formato RAW in modalità virtual (virtual compatibility mode). In questo caso solo un sottoinsieme dei comandi SCSI passa dal guest OS al disco. Questo formato può essere utile per agganciare LUN della SAN con dischi già esistenti e al tempo stesso continuare ad avvantaggiarsi delle snapshot offerte da VMware.
  • 2gbsparse: formato di disco compatibile con i prodotti “hosted” di VMware quali VMware Fusion, Player, Server, Workstation. I dischi virtuali sono “spezzati” in diversi file la cui dimensione massima è 2 GB per evitare potenziali problemi di compatibilità con i file system della piattaforma che ospita il prodotto di virtualizzazione (es. FAT32)
Si possono anche convertire dischi con snapshot, facendo attenzione ad indicare come disco sorgente il file DELTA desiderato, ottenendo un disco “compatto”.

Per maggiori informazione è possibile:
  • ottenere informazione sul comando lanciando man vmkfstools;
  • leggere le appendici della guida “ESX Configuration Guide” relativa alla versione del proprio ESX
  • consultando la KB 1028042

venerdì 10 settembre 2010

Disponibile la documentazione su VMware View 4.5

A pochi giorni dall’annuncio del prodotto VMware ha aggiornato sito internet pubblicando la documentazione relativa a VMware View 4.5.

Nelle note sul rilascio vengono illustrate con maggior dettagli le nuove funzionalità:
  • view client con Local Mode: il primo strumento sul mercato che integra, in un unico pacchetto, il supporto per la virtualizzazione dei desktop sia in datacenter che ospitati localmente sul proprio PC;
  • supporto completo per Windows 7: il supporto si applica sia a View 4.5 sia a ThinApp 4.6 permettendo alle aziende di migrare immediatamente a Windows 7;
  • View Client per Mac OS X: grazie a questo client la tipologia di client fisici viene estesa anche agli utenti Mac che potranno accedere al desktop virtuale dell’azienda basato su Windows;
  • assegnazione integrata dell’applicazione: semplifica il delivery agli utenti delle applicazioni virtualizzate con ThinApp attraverso la console di amministrazione di View;
  • dashboard grafica arricchita: la grafica usata per il cruscotto per la gestione semplifica le attività, il monitoraggio e fornisce nuovi strumenti di reportistica e diagnostica;
  • amministrazione basata su ruoli: per distribuire i compiti agli operatori utilizzando ruoli ad hoc
  • integrazione con Microsoft SCOM e PowerShell: grazie alla quale è possibile integrare la soluzione con gli strumenti di gestione già esistenti in azienda;
  • supporto per vSphere 4.1 e vCenter 4.1: per trarre il massimo del vantaggio offerto dall’ultima versione della piattaforma di virtualizzazione VMware;
  • maggiore scalabilità: fino a 10.000 desktop per proof of delivery (POD);
  • supporto per storage multi tier: per la riduzione dei costi e l’incremento delle performance lato storage dando la possibilità di scegliere diverse tipologie/tecnologie di storage compreso lo storage connesso localmente;
  • architettura con il costo più basso: VMware ha lavorato con parecchi partner per creare una guida di riferimento sull’architettura per il deployment di una soluzione scalabile dal costo contenuto
Per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina della documentazione del prodotto.

giovedì 9 settembre 2010

VMware View 4.5: guida sintetica sull'architettura per VM stateless

VMware ha annunciato il 2 settembre la nuova versione di VMware View. La versione 4.5 introduce:
  • supporto completo per Windows 7;
  • una nuova console di amministrazione che supporta l’autentica in funzione del ruolo con nuova dashboard che migliora la vista sull’intero ambiente dei virtual deskop e con funzionalità di troubleshooting;
  • assegnazione dell’applicazione per il deployment di applicazione costruite con ThinApp;
  • supporto integrato in View Composer di storage multi-tier per incrementare la flessibilità nell’uso dello storage e ridurne i costi;
  • modalità “Local mode” che permette di scaricare un desktop virtuale localmente sul proprio PC ed eseguirlo localmente; solo i dati modificati verranno aggiornati nell’immagine contenuta nel datacenter;
  • Modalità “kiosk” che permette a più utenti di condividere l’immagine di una singola VM;
Come in passato la soluzione View consiste in diversi elementi che si integrano fra di loro per la costruzione dei desktop pools.

In attesa di maggiori dettagli tecnici VMware ha reso disponibile una sintetica guida sull’architettura per la gestione di VM stateless in VMware View 4.5.

mercoledì 8 settembre 2010

Utilizzare VMDirectPath per assegnare un adapter PCI direttamente ad una virtual machine

Funziona davvero !?

certo con un po di pazienza.....
se l'hardware di cui disponiamo ha il pieno supporto,
ma attenzione perché non basta avere solo il chipset giusto Intel o AMD, ma servono anche le schede PCI giuste, ed il pieno supporto del produttore del BIOS giusto....e forse tutto funziona :-) anzi, quasi certamente funziona.

E' poi? raccontateci la vostra esperienza....

per i neofiti qualche guida sul tema: sul sito di Petri oltre alla guida sul sito vmware.

Per i più smaliziati, ecco qui un post dove qualcuno è riuscito ad installarsi a casa un ambiente ESXi in grado di sfrutttare a pieno le funzionalità con pochi spiccioli (o quasi), da Vmware Communities

/ds

Processori e sistemi operativi supportati da VMware Fault Tolerance

VMware Fault Tolerance (FT) permette di proteggere le VM in caso di crash dell’hardware fisico fornendo continuità di servizio e nessuna perdita di dati, tutto questo evitando la complessità delle classiche soluzioni di cluster in ambiente fisico.

Per maggiori informazioni è possibile leggere le FAQ disponibili alla KB 1013428

VMware Fault Tolerance richiede specifici processori ed il prodotto è supportato con specifici sistemi operativi.

VMware collabora con AMD e Intel per migliorare l’efficienza e le capacità di VMware FT sui moderni processori x86. Questa cooperazione richiede cambiamenti nell’architettura sia dei performance counter sia nelle istruzioni di virtualizzazione assistita. Questi cambiamenti possono essere forniti solo nei processori più recenti. Per poter verificare se i propri processori sono in grado si supportare VMware FT è possibile scaricare l’utility VMware Site Survey.

Il sistema operativo del guest è una ulteriore discriminante per il supporto. VMware offre una tabella che mette in relazione OS - tipo di processore e versione della piattaforma di virtualizzazione mettendo in evidenza la possibilità, o meno, di attivare la protezione offerta da VMware FT a caldo, ovvero con VM accesa.

Per maggiori informazioni comprese la lista dei processori e dei sistemi operativi consultare la KB 1008027

venerdì 3 settembre 2010

Durante il VMworld, Quest/Vizioncore ha annunciato lo sviluppo di un nuovo prodotto per la gestione del disaster recovery che si aggiungerà alla linea “Quest Virtual Data Protection”: Quest vSRM.

Come suggerisce il nome, il prodotto è simile a VMware Site Recovery Manager con la differenza che non richiederà un sistema di replica a livello di storage, ma si appoggerà a vReplicator. L’obiettivo è quello di fornire alle aziende una soluzione per l’automazione del DR scavalcando la barriera iniziale del costoso dell’equipaggiamento per la replica “array based”.

Tra le funzionalità previste:
  • semplicità nella creazione dei piani per il recovery;
  • visualizzazione delle VM protette dalle diverse tecnologie (vSRM, vRanger Pro, vReplicator e vConverter)
  • monitoraggio del sito protetto, con sistema di alerting;
  • visualizzazione, salvataggio ed esportazione dei report relativi al test ed alla esecuzione del failover;
  • amministrazione e controllo della sequenza della sequenza di failover sulla quale è costruito il piano.
Il prodotto verrà sviluppato per automatizzare sia la sequenza di failover che di failback includendo queste funzionalità:
  • esecuzione automatica di tutte le operazioni previste dal piano attraverso la pressione di un bottone;
  • controllo dell’ordine di accensione delle macchine virtuali per garantire le dipendenze fra di esse;
  • inserimento nel processo di comandi personalizzati e di pause per accomodare complesse relazioni di reciprocità tra VM;
  • gestione dell’assegnazione degli indirizzi IP per le VM riavviate sul sito di DR;

Per maggiori informazioni è possibile scaricare la brochure del produttore dedicata ai prodotti per la protezione dei dati.

giovedì 2 settembre 2010

vSphere 4.1: white paper in materia di scalabilità e perfomance

VMware ha pubblicato un pratico documento nel quale sinteticamente vengono messe in evidenza le nuove funzionalità in materia di scalabilità e le migliorie sulle performance della piattaforma.

vSphere 4.1 migliora ulteriormente le caratteristiche della versione precedente incrementando il tasso di consolidamento e riducendo di conseguenza il costo per VM.

Nel documento, tra le altre, vengono spiegate le tecniche di compressione della memoria e di controllo/gestione dell’I/O.

Il costante sviluppo della piattaforma è finalizzata a garantire il successo della virtualizzazione di applicazioni “resource-intensive” quali grandi DB e sistemi di messaggistica.

Per maggiori dettagli è possibile consultare il documento “What’s New in VMware vSphere™ 4.1 — Performance

mercoledì 1 settembre 2010

vSphere 4.1 e supporto per VMware Consolidated Backup

VMware ha esteso la disponibilità di VMware Consolidated Backup includendo il supporto per vSphere 4.1.

I futuri rilasci della piattaforma vSphere, comunque, non supporteranno VCB ed il prodotto verrà rimosso a favore dei prodotti che fanno leva sulle vStorage API for Data Protection (VADP) come VMware Data Recovery.

Le VADP rappresentano la via raccomandata per la gestione efficiente del backup e del restore per le macchine virtuali infatti VMware suggerisce di migrare le proprie soluzioni di backup basate su VCB. In caso contrario è possibile incorrere nei seguenti problemi:
  • gli script di VCB potrebbero non funzionare più correttamente;
  • i job di backup potrebbero non essere più eseguiti;
  • in ambienti ESX misti solo parte delle VM potranno essere protette;
  • assenza di versioni di VMware Converter in grado di eseguire il restore delle immagini VCB.
Le vStorage API for Data Protection includono inoltre nuove funzionalità non supportate da VCB quali:
  • copia diretta del dato dalla sorgente al target senza passare da un server proxy;
  • supporto per il Change Block Tracking;
  • supporto per la quiescenza per Windows 2008 e 2008 R2 attraverso VSS;
  • supporto per il file level backup e restore su guest Linux;
  • software di backup/restore disponibile come Virtual Appliance
Per maggiori informazioni consultare la KB 1026945

vSphere 4.1 e supporto per VMware Consolidated Backup


VMware ha esteso la fine della disponibilità di VMware Consolidated Backup includendo il supporto per vSphere 4.1.


I futuri rilasci della piattaforma vSphere, comunque, non supporteranno VCB ed il prodotto verrà rimosso a favore dei prodotti che fanno leva sulle vStorage API for Data Protection (VADP) come VMware Data Recovery.


Le VADP rappresentano la via raccomandata per la gestione efficiente del backup e del restore per le macchine virtuali infatti VMware suggerisce di migrare le proprie soluzioni di backup basate su VCB. In caso contrario è possibile incorrere nei seguenti problemi:


gli script di VCB potrebbero non funzionare più correttamente:


i job di backup potrebbero non essere più eseguiti


in ambienti ESX misti solo parte delle VM potranno essere protette;


assenza di versioni di VMware Converter in grado di eseguire il restore delle immagini VCB


Le vStorage API for Data Protection includono inoltre nuove funzionalità non supportate da VCB quali:


copia diretta del dato dalla sorgente al target senza passare da un server proxy;


supporto per il Change Block Tracking;


supporto per la quiescenza per Windows 2008 e 2008 R2 attraverso VSS;


supporto per il file level backup e restore su guest Linux;


software di backup/restore disponibile come Virtual Appliance


Per maggiori informazioni consultare la KB 1026945